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Vinitaly 2022 report. Numeri, tendenze e nuove sfumature del vino

Le bottiglie di vino son tornate in bella vista nelle vetrine dei negozi, i wine lover a riempire i ristoranti del centro storico, i taxisti a incolonnarsi lungo Viale del Lavoro, con ingorghi che non si vedevano dai tempi pre-pandemici. E anche il sole – dopo timidi tentativi– è tornato a splendere sulla città di Verona. L’edizione n.54 di Vinitaly – tanto attesa, annunciata e temuta – è finalmente stata celebrata. “Vinitaly restart”, per usare l’espressione di Veronafiere.

Un’edizione da cui ci si aspettava tanto. A partire dalle cose semplici, che in questo biennio son diventate off limits. Come, ad esempio, rincontrarsi dentro questa Italia del vino in miniatura e tornare a bere insieme, senza l’intermediazione di uno schermo. Aspettative non deluse, stando alle impressioni a caldo raccolte nei quattro giorni di incontri, in cui titubanti strette di mano si sono alternate ad abbracci spontanei, subito bilanciati dall’inevitabile maniluvio nell’Amuchina.

Più business sul modello ProWein

Sebbene questi due anni abbiano radicalmente modificato il nostro concetto di “bagno di folla”, portandoci a scambiare un corridoio pieno di gente per un’invasione aliena, è stato abbastanza evidente che, soprattutto nella prima giornata di Fiera, gli ingressi sono stati più contenuti, dimostrando l’efficacia di quella formula “più business dentro, più eventi fuori”, annunciata più volte dal direttore di Veronafiere Giovanni Mantovani.

“Siamo soddisfattissimi” è il commento di Giovanna Prandini, presidente di Ascovilo (l’associazione consorzi vini lombardi) “qualità dei contatti molto alta e flusso perfetto. Tutto è stato più tranquillo e professionale, con il giusto tempo per comunicare le nostre bottiglie”.

“Vinitaly promosso” è il commento di Giorgio Tinazzi di cantina Tinazzi “Organizzato bene e proiettato verso la ripartenza. Credo che aver anticipato per una volta ProWein (la fiera di Düsseldorf si terrà a fine maggio; ndr) sia stato un vantaggio notevole”. Da ProWein, questa edizione di Vinitaly ha anche mutuato la maggiore attenzione all’aspetto del trade. “Abbiamo notato meno persone dentro, ma una presenza più centrata e realmente interessata al vino”, ha detto Federico Lombardo di Monte Iato di cantina Firriato.

Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta, ha fatto un’analisi dell’evoluzione delle fiere in questi decenni: “Anni fa Bordeaux era la fiera di riferimento, poi è stata la volta di ProWein che in dieci anni ha conosciuto un vero boom. Oggi mi sento di dire che non esiste al mondo una fiera con i numeri del Vinitaly. E questa è una risorsa straordinaria per l’Italia”.

Un Vinitaly Usa oriented

Il bilancio delle presenze estere di Veronafiere parla di un record storico di incidenza di buyer stranieri in rapporto al totale ingressi: i 25mila operatori stranieri (da 139 Paesi) hanno rappresentato, infatti, il 28% del totale degli operatori arrivati in fiera (88.000). Parlando di mercati storici e consolidati, nel testa a testa tra Stati Uniti e Germania l’hanno spuntata i primi, confermando la leadership nella classifica delle nazioni presenti.

E difatti, l’impressione è stata di un Vinitaly Usa oriented, a partire dal focus di Veronafiere, nella giornata di inaugurazione, rivolto proprio al mercato nordeuropeo (vedi articolo Vino italiano in Usa: una storia di amore e tradimenti). D’altronde è quello che continua ad assorbire qualcosa come 2,2 miliardi di dollari l’anno del nostro vino, nonostante il periodo non facile.

Guerra e pandemia hanno ridisegnato la mappa degli incoming

È di 5mila, invece, il totale dei mancati arrivi a causa di guerra e pandemia. Quarantene rigide e nuovi guizzi del Covid-19 hanno, infatti, ridotto la presenza da Sud Est Asiatico, come ha evidenziato anche Giacomo Sisti, export manager di Cantina Umani Ronchi: “Per noi il Giappone rappresenta uno dei principali mercati di sbocco, ma purtroppo, a causa della pandemia, non riusciamo a tornarci fisicamente da due anni, così come loro hanno difficoltà a venire in Italia e, nel caso specifico, a Vinitaly. Tuttavia, non abbiamo registrato dei cali delle nostre esportazioni”.

“A dirla tutta, qualche importatore giapponese presente in fiera sono riuscita ad incontrarlo” ha detto Valentina Di Camillo di Tenuta I Fauri “Ma solo qualche caso sporadico. A ogni modo sono entusiasta di essere qua: per noi Vinitaly è La fiera. È bello ritrovarsi anche con gli importatori di sempre, così come trovo interessante anche l’incontro con i consumatori, che comunque vanno coccolati, perché ti danno quello sprint in più e ti dicono se stai facendo bene il tuo lavoro: un confronto che in questi due anni ci era mancato”. ” È andata molto meglio di come mi aspettassi” ha sottolineato David Buzzinelli, neoeletto presidente del Consorzio del Collio “Abbiamo registrato una maggiore presenza italiana ed europea che, in qualche modo, ha supplito alla mancanza delle delegazioni asiatiche”.

Gli altri grandi assenti di Verona, insieme agli asiatici, sono invece stati i russi, il cui incoming è stato sospeso per via della guerra. “Una grande perdita” ha commentato la presidente del Consorzio del Prosecco Docg Elvira Bortolomiol “tuttavia, al di fuori delle delegazioni ufficiali, qualcuno c’era, sia dalla Russia, sia dall’Ucraina, e l’abbiamo incontrato. Il loro interesse per il vino italiano resta altissimo. Al di là di questa tragica situazione, questo Vinitaly mi è sembrato molto ben fatto e ha fatto capire che la ripresa del vino è già in atto”.

Un Vinitaly incubatore di tendenze

Ma passiamo ai contenuti, che hanno riempito calici e convegni dei quattro giorni veronesi. Se dovessimo utilizzare degli hashtag per descrivere l’edizione ventidueventidue di Vinitaly, la scelta sarebbe variegata e ci aiuterebbe a comprendere la direzione che sta prendendo il mercato.

Parole chiave: sostenibilità, bollicine, mixology

A iniziare dalla parola sostenibilità, fresca del nuovo standard nazionale appena adottato dal Mipaaf, di cui si è parlato nel convengo organizzato da Federdoc. Grande spazio, poi alle bollicine, che si son presentate a Verona con il record di 1,82 miliardi di euro di export. Difficile trovare una regione, una denominazione, se non proprio una cantina sprovvista di un proprio metodo classico o charmat. Altra parola che è risuonata con sempre maggiore potenza tra i padiglioni della Fiera è stata mixology, un fenomeno che fa da trend setter sull’evoluzione delle abitudini di consumo, dagli aperitivi ai cocktail low o free alcol. Non è casuale la scelta di Vinitaly – dopo il successo durante la Special Edition – di dedicargli un’area apposita con masterclass ogni giorno sold out. Così come non è casuale la scelta di alcuni consorzi (Asti Docg su tutti) di proporre dei propri miscelati, affidandosi ai loro bartender. D’altronde ormai il vino irrompe in maniera sempre più determinante nel mondo nei drink mixati, anche in virtù di una crescente domanda di calici meno alcolici e più facili da bere.

Gli orange wine. L’arancio e tutte le altre sfumature del vino

Bene l’esordio anche per gli orange wine, protagonisti dell’OrangeWineFestival @Vinitaly, un’iniziativa dedicata ai vini bianchi macerati prodotti in modo sostenibile con walk around tasting di 38 produttori selezionati da 7 nazioni: Slovenia, Italia, Austria, Georgia, Serbia, Croazia e Grecia. L’area dei vini orange, grazie alla partnership pluriennale firmata con l’OrangeWineFestival di Isola, in Slovenia, è entrata così da questa edizione a far parte degli “special show” tematici di Vinitaly su specifiche zone produttive o tipologie di prodotto, con l’obiettivo di un ulteriore crescita internazionale della manifestazione.

Accanto a quello che viene definito il “quarto colore del vino”, si collocano poi tutta una serie di sfumature che hanno reso più colorata questa edizione della Fiera. Ci riferiamo a quella categoria di vini che non esiste – non almeno a livello legislativo – ma che è comunemente riconosciuta sotto la definizione impropria di vino naturale. Rispetto all’edizione del 2019, la presenza di vini rifermentati in bottiglia, con colori variegati dal giallo al granato, con etichette stravaganti e tappi a corona, è diventata sempre più rilevante. La roccaforte è stata la Hall F, affollata da 115 esibitori di vini biologici (erano 69 quelli che avevano acquistato lo spazio nel 2020), in un’alternanza tra aziende appena arrivate sul mercato e realtà già consolidate. Non sorprenderà, quindi, che anche nei cosiddetti “padiglioni tradizionali”, molte novità abbiano iniziato a fare breccia.

Sarà questa una delle chiavi per conquistare quella fetta di popolazione che risponde al nome Millennial e Gen Z e che si sta progressivamente allontanando dal vino (vedi focus sul mercato americano)?

C’è ancora un problema di gender gap

Ultima parola di questo immaginario mosaico social, che abbiamo provato a costruire, è gender gap. Sono ben lontani i tempi in cui in fiera i bagni per le donne erano appena due o tre (c’è chi giura di aver assistito a un’occupazione di massa nei decenni passati, che avrebbe portato a ottenere la parità di toilette… almeno quella!).

Dalle istituzioni ai vertici d’azienda, passando per buyer e sommelier, la ripartizione dei ruoli uomo/donna sembra ormai alquanto omogenea. In ambito enoturistico, pare che le donne sia il cuore pulsante. E la presenza femminile in Fiera è stata è pari, se non superiore a quella maschile. Un motivo in più per chiedersi come mai allora la stessa cosa non si possa dire del parterre di nomi che abbiamo visto sfilare nei principali incontri istituzionali. Attenzione: parliamo di una tematica che va oltre la Fiera di Verona, ma di cui Vinitaly è cartina tornasole. Se in una manifestazione così ben attenta alle novità, la parità di genere stenta ancora a decollare, significa che è il vino tutto a doversi ancora evolvere. Ma questa è un’altra storia. Una storia che continueremo a raccontare.

a cura di Loredana Sottile

foto: Veronafiere

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