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The Chapter di Roma inaugura la sua terrazza in stile messicano: Hey Güey

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Sono passati appena due anni da quando ha aperto, ma sembra un’altra epoca, come ogni cosa nata pre pandemia. Però non è solo per quell’inaugurazione datata a.C(ovid) che il The Chapter pare addentrarsi in una nuova era, ma per quella continua spinta che fa seguire stimoli e iniziative concretizzandosi in progetti di sicuro appeal che, stagione dopo stagione, ne segnano l’evoluzione.

Lo abbiamo visto a settembre scorso, quando Marco Cilla – l’imprenditore romano che ne è l’artefice – rilanciava dopo il primo lockdown, rafforzando il team con due figure di rilievo del panorama del food & beverage: Davide Puleio e Mario Farulla, chiamati a trasformare quegli spazi in un luogo aperto alla città, per concretizzare quella vocazione all’accoglienza a tutto tondo e per questo diventare destinazione privilegiata per gli amanti del buon bere e buon mangiare.

Solo poche settimane di lavoro, il tempo di riempire i bicchieri ma non di accendere i fuochi, poi il nuovo incombere delle restrizioni sanitarie ha bloccato tutto un’altra volta, non prima – però – che il The Chapter fosse intercettato dai clienti più attenti alle novità, volti noti del mondo dell’arte e del design, ma non solo. Anche grazie a un’offerta che puntava – e tanto – sul bere miscelato e su una proposta easy pop del salad bar (con a disposizione quasi 40 ingredienti preparati al momento in alternativa ai panini gourmet), in armonia con una concezione di ospitalità cosmopolita, di un lusso accessibile in un luogo da vivere in diverse ore della giornata, a partire dalla colazione.

Il bar dell'Hotel Chapter, con archi in mattoncini, murale, piante sospese

I primi due anni del The Chapter

Nei lunghi mesi di chiusura che sono seguiti, Cilia e il direttore Jacopo Arosio non sono stati a guardare: nell’ultimo anno sono arrivate 5 nuove stanze (per un totale di 47) ed è stata rimessa mano agli spazi comuni e alle cucine al piano terra. Chi si fosse trovato, nei giorni scorsi, a passare davanti il palazzo che fa da cerniera tra via Arenula e l’antico Ghetto ebraico, avrebbe visto un gran movimento nella struttura firmata dal designer sudafricano Tristan Du Plessis (Studio A di Johannesburg) in cui trovano spazio le opere di artisti contemporanei, tra cui la romana Alice Pasquini e il duo americano Cyrcle. Sono ore di lavori incessanti per prepararsi a una riapertura che ha il sapore della rinascita, complici anche i nuovi acquisti del team e i progetti messi in campo per questo inizio di stagione. Progetti che si spingono su in alto, sui tetti di Roma, in attesa di riaprire i primi giorni di giugno anche il resto della struttura e le stanze, memori di una stagione – quella del 2020 – che nonostante tutto ha registrato un buon movimento, soprattutto di clienti stranieri attratti dalla possibilità di godere di una città meno affollata.

Hey Güey: la terrazza del The Chapter

Oggi, l’hotel capitolino inaugura dunque una nuova fase, e lo fa approfittando di uno scenario straordinario, quello che si gode dall’alto del rooftop. La vista – magnifica – dal rione Regola si spinge fino all’Altare della Patria su cui il sole si sofferma mentre tutto intorno scendono le prime ombre della sera, l’affaccio aperto offre uno sguardo sulla Roma più popolare e intima, dove minuscoli balconcini, abitualmente nascosti agli occhi dei curiosi, restituiscono ritagli di vita quotidiana. Qui si apre Hey Güey, un inatteso angolo di Messico affacciato sui tetti di Roma. È questa l’originale ispirazione per la proposta outdoor del Chapter, che probabilmente sarà svincolata dalla stagionalità più stringente per rimanere anche nel resto dell’anno, nelle giornate più tiepide che regala il clima capitolino. L’idea di aprire un roof c’è sempre stata – del resto il motto di questo spazio è “Life is better on top” – ma la decisione è nata solo qualche mese fa “in questo periodo si vive un po’ alla giornata” spiega Arosio “a febbraio abbiamo deciso di aprire la terrazza e abbiamo cominciato a fare i lavori, inizialmente” continua “avevamo anche valutato di orientarci verso una proposta più italiana, ma poi abbiamo cambiato idea, anche per essere in stile con il resto dell’hotel”. La scelta, allora, porta in Centro America, in un Messico raccontato attraverso pochi dettagli evocativi, opera dello stesso Tristan Du Plessis autore del resto degli interni. Ci sono arredi colorati, cuscini e tessuti tipici, vasi e piante succulente, ma dosati con cura, a suggerire una trama di riferimenti estetici per un viaggio che si completa nell’offerta gastronomica, in una proposta food & drink che vive di suggestioni esotiche, frutto del lavoro dei nuovi acquisti del The Chapter.

Cosa si mangia al Hey Güey: la terrazza del The Chapter

Easy, divertente, accessibile: la proposta ruota intorno ai sapori dello street food messicano, con tanto di food truck che troneggia in un angolo della terrazza. Proposte semplici, ma golose, che non siamo semplicemente di accompagnamento ai drink ma possano valere da soli la permanenza: dal platano fritto, alle empanadas, dalle quesadillas ai tacos, un’immersione nei sapori latinoamericani. “In fin dei conti è come fare un viaggio” commenta Davide Puleio, executive chef dell’hotel. È lui a supervisionare la proposta della terrazza mentre è al lavoro per l’apertura – in autunno – del suo ristorante al piano terra.

victor cuenca the chapter
Victor Cuenca Lopez

A guidare il viaggio c’è un nuovo acquisto, il colombiano Victor Cuenca Lopez che qualcuno ricorderà come sous chef di Ciro Scamardella da Pipero. È lui, forte delle sue origini sudamericane, a condurre i giochi di una proposta d’autore, ma perfettamente aderente ai sapori messicani: “il tempo di cominciare a preparare le pietanze, e si sale sull’aereo” assicura. E basta assaggiare il suo guacamole per averne contezza, “preparato a mano, perché frullandolo, l’avogado si ossida” e poi giù con pomodoro cipolla coriandolo, quel giusto di peperoncino che dà la spinta.

La partenza, come da tradizione, è con gli snack tipici: totopos – “di solito sono chiamati nachos, in Europa, ma è un errore” – tortillas fatte in quattro e poi fritte, “qui le prepariamo al momento” accompagnato da guacamole o pico de gallo, platano fritto con mayonese al chipotle, e poi la scelta di tacos che portano sulla terrazza le tradizioni messicane: dal pollo pibil – che riproduce, indoor, la cottura sottoterra tipica dello Yucatán, “con la carne marinata per oltre 12 ore e poi cotta per 9 ore a 90° avvolta in foglie di platano”, una cottura quasi al vapore, che lascia la carne molto succosa e aromatica. Oppure il Taco al Pastor, con la carne di maiale lavorata come il kebab, eredità della migrazione degli arabi in Messico “ho dedicato una ricerca storico-gastronomica che ha aperto una finestra senza filtri sul Messico”. Cinque in tutto, i tacos, tra cui proposte di pesce – il taco de mar con leche de tigre e pico di gallo – e vegetariane, “ogni ingrediente e ogni elemento ha pari dignità nel mio menu”, con una formula combo da 3 a 7 tacos a scelta (da 20 ai 45 euro).

terrazza the chapter bar
Joy Napolitano e lo staff del bar

Cosa si beve al Hey Güey al The Chapter

Salutato Mario Farulla, oggi alla direzione del bar c’è Joy Napolitano, altro volto noto della mixology capitolina. A lui il compito di definire una proposta in armonia con lo stile dell’hotel. Il primo step è quello della terrazza, “più che a una rielaborazione intellettuale del beverage messicano” dice “mi sono ispirato a una miscelazione pop, che riprende lo street food”. L’idea di base? “Acapulco anni ’90: sono andato a vedere quel che si beveva nei chioschi sul mare”, cose come Mai Thai, Sex on the beach, Zombie, e poi ovviamente il mezcal e frozen Margarita, proposto in 5 varianti, tra cui una pensata per abbinarsi al taco del mar, con leche de tigre e ananas marinato (buonissimo).

Il resto sono twist di quei cocktail lì, che raccontano di un’epoca precisa con tecniche e gusto contemporaneo, “per esempio il Sexico, è un Sex on the beach con distillato di pesca e olive, preparato con il rotavapor”. Ma intanto Joy è all’opera anche per il bar ospitato al piano terra, con il bel bancone d’ottone. L’idea? “Manhattan social club, dove proporre tutti gli stili del Manhattan e i twist on modern classic. Ma intanto” conclude “penso alla terrazza”.

Messico e nuvole sui tetti di Roma

L’idea, insomma, è di svincolarsi dagli stereotipi della cucina Messicana da cartolina, per andare alle origini, con la libertà di giocare con i riferimenti diversi, con l’unico obiettivo di offrire una proposta divertente e gustosa, perfettamente coerente con l’idea di un hotel aperto alla città, accessibile e rilassante.

Hotel Chapter – Roma – via di Santa Maria de’ Calderari, 47 – www.chapter-roma.com

a cura di Antonella De Santis

 

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