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Gruppo Schenk: “I vini senza alcol intercettano un nuovo tipo di consumatore”

Quando si parla di vini dealcolati sembra di parlare di una novità. E mentre il dibattito sul come considerare questi prodotti accende gli animi, in attesa della definizione del Regolamento comunitario (n. 1308/2013) attualmente in discussione a Bruxelles, in realtà c’è già chi li produce da tanti anni e tra questi, anche alcune aziende italiane. Per esempio, il gruppo Schenk di Ora (Bolzano) che vanta cantine di produzione anche in Svizzera, Francia, Italia e Spagna. Ed è proprio nella sede iberica che ha introdotto vini dealcolati, così come ci racconta l’ad Daniele Simoni.

Gruppo Wise, Azienda Lunadoro (Montepulciano)per Schenk

Che tipologia di vini dealcolati producete?

Da un paio di anni, abbiamo affiancato ai vini “tradizionali”, anche due spumanti dealcolati: un bianco e un rosato, per un totale di 200mila bottiglie. Il metodo è quello del vino: si arriva alla normale fermentazione per poi estrarre la parte alcolica.

Come mai la produzione avviene in Spagna: in Italia non è permesso?

Al momento no. Mentre la Spagna già da diversi anni ha regolamentato questa pratica e c’è molto più interesse attorno a questo tema. In Italia, invece, abbiamo appena lanciato uno spritz da vino dealcolato che ha il vantaggio di avere un bassissimo tenore zuccherino. Al momento lo distribuiamo a bar e ristoranti: vedremo che riscontro avrà.

Anche gli spumanti dealcolati sono distribuiti in Italia?

Si tratta di prodotti che in Italia hanno poco mercato. In particolare, la Grande distribuzione è molto restia, sebbene la birra analcolica stia facendo da apripista.

In quali mercati trovano maggiore sbocco?

I vini dealcolati vanno molto bene nei Paesi del Nord Europa e nei Paesi asiatici, con la Cina che si sta mostrando molto interessata. Diciamo che si collegano a un concetto salutistico e si rivolgono a chi gli alcolici non può berli.

Anche a chi non può berli per motivi religiosi, quindi?

Quello potrebbe essere un aspetto, ma nei Paesi musulmani, al momento, sono molto più diffusi i succhi d’uva, cioè quei prodotti che non si ottengono con la fermentazione, come invece avviene con i vini.

Se parliamo di gusto, c’è molta differenza tra un vino dealcolato e un vino tradizionale?

Diciamo che nel dealcolato c’è la consistenza del vino, meno la parte alcolica. Ad ogni modo, lo paragonerei alla pasta per celiaci: chi non può mangiare la pasta normale, mangia quella gluten free e la trova buona. Ma ripeto, si tratta di due consumatori differenti: i due mercati non si sovrappongono, ma si sommano.

Cosa ne pensa, quindi, della proposta europea? Potrebbe essere una nuova opportunità?

Assolutamente sì. Ripeto: non si va a fare concorrenza al vino, ma si intercetta un consumo che al momento è in mano al settore delle bevande e dei soft drink. Sarebbe solo un bene per il mondo vitivinicolo. Non solo. In un momento come questo, darebbe una nuova collocazione al vino in surplus, invece di dover ricorrere ad altre misure antiquate, come ad esempio la distillazione.

a cura di Loredana Sottile

 

 

Questo articolo è tratto dal settimanale Tre Bicchieri del 13 maggio 2021 – Gambero Rosso 

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