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È boom del vino in lattina sul mercato mondiale. Ma quanto è pronta l’Italia?

Fonte di business nei mercati anglosassoni, quasi tabù per l’Italia. Il vino in lattina d’alluminio è oggi al centro di una straordinaria crescita ma allo stesso tempo vive un’evidente dicotomia sul mercato nazionale, una discordanza che suona più stridente in un contesto di crisi generale, nel quale la necessità di rilanciare l’economia vitivinicola deve andare di pari passo con strategie mature e capaci di esplorare ogni opportunità. L’incredibile successo di questo particolare formato di bevanda “on-the-go” sta coinvolgendo alcune delle più importanti piazze globali: Usa, Uk, Australia. È da lì che arrivano ghiotte occasioni d’investimento ed è sempre da lì che, considerando i profondi cambiamenti indotti dalla pandemia nelle abitudini di consumo, potrebbe giungere la decisiva spinta verso un approccio più facile – e laico – a questo formato sul territorio italiano. Produttori storici, pionieri del vino in lattina, nuove start up e ora anche distributori ci credono; un po’ meno la Gdo, che sta alla finestra, e i Consorzi di tutela, ancora scettici e più propensi a coltivare una tradizione radicata, figlia di un retaggio culturale che vede nella bottiglia un porto sicuro su cui impostare nel segno della qualità le strategie di crescita.

vino in lattina

Vino in lattina: una nicchia in forte espansione

Entro il 2027, il volume d’affari del vino in lattina a livello mondiale supererà quota 155 milioni di dollari, con un tasso annuo di crescita composto del 10,4%, secondo le stime rilasciate a metà 2020 da Grand view research, società di ricerca e analisi di mercato di San Francisco (California). La tipologia sparkling è quella più diffusa, col 60% delle quote a volume e le stime future che prevedono un rapporto stabile rispetto alle tipologie di vino fermo. La domanda sarà spinta dalla facilità di trasporto, dalla maggiore resistenza dei contenitori rispetto al vetro, dal previsto incremento delle attività outdoor, ma anche dalle categorie dei millennial e dalla popolazione in età lavorativa che acquistano sul canale internet. E intanto, gli Stati Uniti vantano una quota di mercato del 35%. Secondo dati Nielsen, già nel luglio 2020 sono stati superati i 180 milioni di dollari di giro d’affari, rispetto agli appena 2 milioni di dollari del 2012. Gli osservatori inglesi di Iwsr parlano di boom della lattina tra i formati alternativi, capace di andare oltre i cliché grazie a qualità intrinseche come praticità, sostenibilità ambientale e col placet delle classi più giovani. Come ha scritto recentemente Dan Mettyear, direttore ricerche Iwsr, questo formato sta diventando “via via più familiare tra i consumatori, un po’ come accadde venti anni fa ai tappi a vite”. Lo evidenzia anche Holly Inglis, beverage analyst di GlobalData, che definisce il mondo dei vini in lattina una “novità destinata a stravolgere il mercato del vino da asporto, in uno scenario in cui stanno prendendo piede i concetti di salute, benessere, moderazione e sostenibilità”.

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Vino in lattina. Le testimonianze delle imprese

Cantina Giacobazzi

La storia del vino in lattina in Italia passa dalla Cantina Giacobazzi. L’azienda di Nonantola (Modena), oggi appartenente al Gruppo Donelli, nel 1982 lanciò il suo primo vino in questo speciale formato (il celebre “8 e ½”), dopo una battaglia per chiedere all’allora Ministero dell’Agricoltura e Sanità l’uso di packaging alternativi. Altri player del periodo, pionieri di questo segmento, furono anche Cavicchioli, Medici, Folonari. Oggi, il Gruppo Donelli, che fattura circa 30 milioni di euro e lavora 200 mila ettolitri di vino, registra una crescita del segmento lattina, che rappresenta il 6% dei ricavi totali.

Come spiega Giovanni Giacobazzi, export manager del gruppo, gli Stati Uniti, l’Asia e l’Europa sono le principali destinazioni. “Per decenni la lattina è stata criticata, per non dire osteggiata” dice a Tre Bicchieri “e considerata come un contenitore non idoneo e svilente per il vino, e in cui non poteva che esserci prodotto scadente, ma adesso che i francesi la celebrano utilizzando vini di qualità e gli americani l’adorano stiamo cambiando idea anche noi in Italia”. Secondo il manager, dal lato del consumatore c’è una maggiore comprensione del fatto che il formato in alluminio è comodo, molto accattivante per i giovani, ideale per un consumatore single: “Naturalmente” sottolinea “è adatta a mio avviso per i vini di pronta beva e non per quelli da invecchiamento”. Per la confidenza con le birre e le bibite gassate, i vini frizzanti, specialmente rosati e bianchi, sono i più adatti, secondo Giacobazzi, per tale formato. “E i mercati potenziali sono quelli di tutto il mondo. La storia” conclude “insegna che l‘America ha un grosso potere d’influenza, specialmente nelle nuove generazioni, se poi capitasse una lattina di vino nel film giusto o in mano a una top star di Hollywood…”.

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Cantine Sgarzi

Cantine Sgarzi è un altro grande player italiano del segmento. Con un fatturato medio di 38 milioni di euro, di cui 15% derivante dai vini in lattina, l’azienda familiare (nata nel 1933 e presieduta da Stefano Sgarzi) produce circa 15 milioni di lattine ogni anno, considerando i marchi propri e il lavoro conto terzi. “Nel corso del 2020 i nostri ricavi sono aumentati del 4%” racconta Francesca Sgarzi, responsabile marketing e sviluppo “e nel segmento del confezionato registriamo un incremento del 10% della produzione di lattine”. Stati Uniti (con forte domanda di prodotti bio, vegan, basso contenuto alcolico), Giappone, Corea, Canada, Germania, Ucraina sono le destinazioni più importanti. “Per ora” aggiunge “abbiamo otto referenze tutte frizzanti ma a maggio lanceremo due fermi della linea Ciao: un Pinot grigio e un rosso Igt Puglia”. E in Italia? “La percentuale di vendite è irrisoria, prevalentemente online. Nella Gdo, sempre un po’ titubante rispetto a questo formato, vorremmo provare a proporre una visione diversa da quella che si è affermata nei primi anni Novanta. Credo che si debba sdoganare il fatto che la lattina” sottolinea Sgarzi “non è un demone che intende sostituire il vino in bottiglia, ma coprire tutte quelle occasioni di consumo alternative”. È vero che il cliente italiano, più tradizionalista, è diverso da quello statunitense “ma riteniamo che apprezzerà il vino in lattina, se non altro per imitare i trend americani, a patto che si riesca a dare a questi vini il giusto spazio con una corretta informazione. I nostri vini in lattina, dal resto, sono certificati, il prodotto arriva da una filiera tracciabile a partire dalla vigna, non contengono sorbato di potassio e hanno bassi solfiti”. Cantina Sgarzi è presente all’estero nelle grandi catene di supermercati, dove si confronta, come negli Stati Uniti (a un prezzo medio di 15 dollari per 4 lattine), anche con centinaia di etichette differenti. Per quanto riguarda l’Italia, il mercato “ha grandi potenzialità” secondo Francesca Sgarzi “e sarebbe un valore aggiunto poter offrire anche vini a Dop. Sono convinta che possa dare una mano al settore vitivinicolo aumentando la quota di consumo, coprendo tutte le occasioni in cui è somministrata solo birra. Penso, in particolare, ai concerti o agli spettacoli. Non dobbiamo dimenticare, poi, l’elemento della sostenibilità: l’alluminio è leggero, totalmente riciclabile, produce meno Co2 in fase di trasporto ed è facile da stoccare”. E, infine, rispetta il concetto di bere moderato: “Una lattina da 200 ml monoporzione equivale a poco più di un bicchiere”.

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Zai urban winery

La novità del 2021 si chiama Zai urban winery, azienda veneta creata con l’obiettivo di proporre, attraverso una filosofia green, vini super premium nel formato in alluminio. Lo spiega lo stesso Edoardo Freddi, tra i 5 soci del progetto, sottolineando che si punta a raggiungere quota 2,5 milioni di pezzi quest’anno, per arrivare a regime a 7-8 milioni. Una sfida ambiziosa, aperta da sei referenze Igt, biologiche e vegane (da Glera a Corvina, da Moscato a Merlot-Cabernet), che si apre all’Italia e all’estero: “Inizialmente pensavamo a Stati Uniti, Est Europa e Russia, ma anche mercati tradizionali come Germania, Svizzera e Francia stanno facendo molte richieste. Il grande potenziale” sottolinea Freddi “lo intravediamo nel Regno Unito”. Il target dei consumatori è rappresentato dai Millennial, ma Zai urban winery punta anche a entrare nell’universo dei pasti a domicilio, dei distributori automatici e delle compagnie aeree, con accordi specifici. “È stato avviato anche il dialogo con la grande distribuzione” annuncia Freddi “e penso che partiremo a breve”. Il posizionamento di prezzo sarà intorno ai 10 euro per una confezione da 4 lattine: “Il nostro listino è mediamente più alto degli altri prodotti. Abbiamo scelto di investire molto, oltre che sulla qualità del prodotto, anche nell’estetica e nel packaging, raccontando con dei personaggi una storia ambientata nel 2150 che sarà una sorta di fumetto in continua evoluzione”.

Ma non ci sono solo i produttori a studiare il mercato del vino in lattina, la filiera del vino è – ognuna per sua parte – parimenti coinvolta in questa sfida, si tratti di grandi distributori, rappresentanti di consorzi e vini a denominazione, per non parlare della grande distribuzione che ha il contatto diretto con i consumatori. Abbiamo raccolto anche le loro testimonianze e le opinioni. Trovate tutto sul settimanale Tre Bicchieri.

 

a cura di Gianluca Atzeni

Il pezzo completo sul Settimanale Tre Bicchieri del 29 aprile 2021

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