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Impatto ambientale del sistema alimentare: la COP26 è stata una delusione? Intervista ad Andrea Segrè

 

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 (COP26) – che si è svolta a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre scorso – ha prodotto un accordo siglato dai 197 Paesi partecipanti, noto come “patto per il clima di Glasgow”. Tra i temi trattati, però, la produzione alimentare è stata considerata solo marginalmente e senza una definizione precisa di impegni concreti. Nel suo complesso, l’intero summit è stato da molti considerato troppo vago e poco ambizioso nelle sue conclusioni, peraltro ottenute dopo difficili trattative. Ma parlando di cibo, cosa si poteva fare di più? E gli incontri internazionali di questo tipo sono la via giusta per ottenere risultati a favore dell’ambiente e del clima?

Dopo aver descritto il suo concetto di economia circolare, per approfondire tutto ciò abbiamo coinvolto Andrea Segrè, professore di Politica agraria internazionale e comparata presso l’Università di Bologna e direttore dell’Osservatorio Waste Watcher International.

La situazione della produzione alimentare durante COP26: accordi parziali e impegni generici

Com’è ormai acclarato da tempo, la produzione alimentare – in particolare dei derivati animali – è responsabile del 20-25% dei gas serra emessi annualmente in atmosfera. Inevitabilmente, la crescita della popolazione mondiale, che secondo le stime si avvicinerà sempre più ai 10 miliardi di individui, impone un cambio di passo per soddisfare le necessità alimentari globali, compatibilmente con una riduzione dell’impatto ambientale dell’intero sistema produttivo.

Nei presupposti del summit di Glasgow, questi aspetti erano ben chiari e implicitamente coinvolti in alcuni degli accordi settoriali raggiunti su alcuni temi specifici, che indirettamente interessano la produzione alimentare, ma che sono stati stipulati non all’unanimità. Tra questi, quello per lo stop alla deforestazione entro il 2030, firmato da più di 100 Paesi, coinvolge anche l’agricoltura e gli allevamenti. Un’altra iniziativa rilevante, siglata da 108 nazioni, prevede la promessa di ridurre del 30% le emissioni di metano entro lo stesso anno, impegno che non potrà fare a meno di considerare gli allevamenti intensivi, come abbiamo visto nei nostri precedenti approfondimenti. Vi hanno aderito, tra gli altri, Usa e Ue, mentre sono rimasti fuori Cina, India e Russia, tra i principali produttori di questo gas serra.

Paul Adepoju/shutterstock.com

I passaggi principali dell’accordo finale

In sintesi, l’accordo finale conferma l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, obiettivo che richiede notevoli riduzioni delle emissioni globali di gas climalteranti, con emissioni zero entro il 2050. Con questo proposito, il documento finale chiede di “accelerare gli sforzi verso la riduzione graduale dell’energia a carbone” e di “eliminare gradualmente” i sussidi ai combustibili fossili, fornendo al contempo un sostegno mirato ai paesi più poveri e vulnerabili, in linea con i contributi nazionali, e riconoscendo “la necessità di sostegno verso una transizione giusta”. Alle nazioni che hanno sottoscritto l’accordo si chiede di “rivedere e rafforzare” gli loro obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2030 entro la fine del 2022, “tenendo conto delle diverse circostanze nazionali”. Ai Paesi più sviluppati, in particolare, si chiede di “almeno di raddoppiare” entro il 2025, rispetto ai livelli del 2019, i finanziamenti per sostenere l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo.

Tra le diverse voci che hanno espresso favore o sfiducia rispetto a tutto ciò, il britannico Alok Sharma, presidente della COP26, ha parlato di una “vittoria fragile”. Il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato che l’accordo finale è “un compromesso che non dimostra abbastanza determinazione politica per superare alcune delle sue contraddizioni più profonde”. La giovane attivista Greta Thunberg, dal canto suo, ha ribadito il mantra che, partendo dalle proteste di piazza, a livello mediatico, è diventato lo slogan più associato alla conferenza: “Solo bla, bla, bla. Il vero lavoro continua fuori da questi saloni”.

COP26 e produzione alimentare: secondo Confeuro “hanno prevalso gli egoismi nazionali”

La Confederazione degli agricoltori europei e del mondo (Confeuro) si è espressa con nettezza nel descrivere quello che ritiene un fallimento. Secondo Andrea Michele Tiso, presidente nazionale, nella COP26 “hanno prevalso ancora una volta gli interessi particolari delle grandi potenze, che hanno finito per rimandare le decisioni più importanti, lasciando i Paesi più vulnerabili senza la necessaria assistenza per fronteggiare i cambiamenti climatici. Cina e India hanno ottenuto un passo indietro sui combustibili fossili, mentre Usa e Unione europea si sono rifiutati di concedere una struttura di finanziamento per i danni causati dagli eventi meteorologici estremi al Gruppo dei 77, formato da 130 nazioni che ospitano l’85% della popolazione mondiale. Anche se alcuni impegni sono stati messi nero su bianco, come quello di raggiungere la cifra complessiva di 600 miliardi di dollari per l’adattamento entro il 2025, lo sforzo non è sufficiente per invertire la tendenza in atto”.

A giudizio di Confeuro, inoltre, “molto si potrebbe fare per migliorare la vita nelle grandi città e sensibilizzare ulteriormente il pubblico. La svolta verde passa anche per un piano di riqualificazione urbana di parchi e giardini, che abbia l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità dell’aria e della vita, sostenendo allo stesso tempo l’economia e l’occupazione”.

climare change cop26

MAURO UJETTO/shutterstock.com

Segrè: “Con la natura non si media”

Esprimendo le sue considerazioni sulla COP26, in particolare rispetto alla produzione alimentare, Andrea Segrè invita a una riflessione rispetto agli appuntamenti che su questi temi si sono recentemente succeduti, ovvero il Pre-Food Systems Summit Fao che si è tenuto a Roma in luglio, il Food Systems Summit Onu di settembre a New York e la PreCOP di ottobre a Milano.

“Innanzitutto, considerando quanto sta avvenendo a livello globale rispetto al clima e al riscaldamento globale, bisogna fare una premessa elementare ma fondamentale: con la natura non si tratta. Non ci sono accordi funzionali a contrastare qualcosa che la Terra nel suo progresso sta generando, influenzata dall’attività umana, nell’era che viene chiamata Antropocene. In altre parole, dato che in tutti i sensi stiamo giocando col fuoco, il trattato come strumento, e quindi il compromesso politico tra diversi interessi, non ci permette certo di mediare con la natura: in questo senso, o si agisce o non si agisce. Ritengo sia importante sottolinearlo, perché nei summit di questo genere – dove si riuniscono i capi di Stato e di governo e si fanno grandi discorsi, mentre sotto la superficie lavorano le diplomazie – si raggiungono risultati che spesso sono un compromesso al ribasso”.

Secondo il professore, inoltre, “è mancato un percorso approfondito e condiviso sul cibo, a monte sulla produzione agricola e a valle sul consumo alimentare, e specialmente su quanto si potrebbe fare da subito per ottenere risultati. Alla luce dei dati dell’Osservatorio Waste Watcher International, bisogna concentrarsi sui comportamenti che occorre cambiare. Dall’altro canto, è sbagliato distogliere l’attenzione focalizzandosi unicamente sullo sviluppo tecnologico, che pur essendo fondamentale non può risolvere tutti i problemi. Puntare tutto sulla tecnologia può far contenti alcuni portatori d’interesse – industrie, università e istituti di ricerca – ma i risultati veri si possono ottenere modificando le nostre abitudini, questo è il nodo della questione”.

L’impatto del sistema alimentare: agire individualmente e collettivamente per limitare le emissioni legate al cibo

Proseguendo nel suo ragionamento, Segrè sintetizza il quadro delle azioni da mettere in pratica a favore dell’ambiente e del clima, partendo dalla tavola e dalla spesa.

“L’alimentazione è una delle sfere nella quale l’intervento di ognuno di noi può essere più immediato, con ripercussioni molto significative se si riesce a creare una massa critica e sensibile ai temi in questione. Mangiare – possibilmente bene – dovrebbe essere un diritto per tutti. Nel 2050, probabilmente sul Pianeta ci saranno tra gli 8 e i 10 miliardi di esseri umani, e tutti dovranno nutrirsi e bere. Ricordiamo che l’acqua oltre che per la nutrizione umana la si consuma in tanti altri modi, perché l’80% di questa fondamentale risorsa si usa per produrre cibo, e tutti gli alimenti determinano un consumo idrico, oltreché un impatto in termini di produzione di gas climalteranti, quest’ultimo stimato tra il 20-25% sul totale delle emissioni. Di conseguenza, sarebbe il caso di parlare di più di produzione agricola e di sistemi alimentari, che riguardano tutti e hanno un peso ecologico che non può essere trascurato”.

Agricoltura: vittima e causa dei cambiamenti climatici 

Il professore sottolinea che “la produzione agricola concorre ai cambiamenti climatici e al contempo li subisce, non a caso le colture si spostano verso Nord, mentre a Sud avanzano la desertificazione e la tropicalizzazione”. Occupandoci di carne e deforestazione abbiamo visto quanto sia critica la situazione nell’area amazzonica del Brasile, a causa dell’espansione degli allevamenti bovini nelle zone strappate alla foresta.

deforestazione amazzonia

Rich Carey/shutterstock.com

“Questi stravolgimenti interessano anche le persone, che sono costrette a migrare per fuggire dalla fame, infatti sempre più spesso si parla di migranti climatici. Come vediamo, si tratta di problemi collegati e assai complessi da risolvere. Passando al tema sul quale stiamo lavorando da anni, ovvero lo spreco alimentare, è possibile che non si riesca a scalfire quella parte di produzione, trasformazione e distribuzione che ancora non arriva sulle tavole e va perso? Le stime sono sempre quelle: quasi un terzo di ciò che si produce va sprecato, e con esso anche l’impatto sull’ambiente e sull’economia speso a monte”. Come abbiamo visto, il Food Waste Index 2021 dell’Unep indica che il 17% del cibo prodotto e venduto viene buttato e i risultati 2021 dell’osservatorio Waste Watcher International offrono uno spaccato approfondito sul problema.

Questo volume di spreco, continua Segrè, “sarebbe, dopo Cina e Stati Uniti, al terzo posto in termini di produzione di gas climalteranti. Forse, quindi, la prima cosa da fare sarebbe ridurlo il più possibile, perché oltre a risparmiare rifiuti risparmieremmo anche inquinamento climalterante”.

Le diverse forme dello spreco

Infine, continua Segrè, “c’è un terzo convitato di pietra che, parlando di alimentazione, non si considera mai a sufficienza, ovvero lo spreco domestico. Limitarlo sarebbe molto importante, perché soltanto in Italia rappresenta il 70% del totale, e in tutte le economie sviluppate la percentuale si attesta tra il 60-70%. Pertanto, il grosso dello spreco si crea nelle nostre case, e quindi è una questione di comportamenti. A questo possiamo sommare una forma ancor più trascurata, ovvero lo spreco calorico-metabolico. In genere, siamo portati a pensare che nel mondo ci siano più affamati che sazi, ma non è vero, perché i sovrappeso e gli obesi (1,7 miliardi) sono il doppio di chi soffre la fame (800 milioni), e quelle calorie hanno un peso sulla salute, sull’ambiente e sui sistemi sanitari, perché un obeso è un soggetto a rischio”.

cibi buttati spreco

SpeedKingz/shutterstock.com

Correggere la dieta per agire anche a favore dell’ambiente

A essere sottostimata, quindi, per lungo tempo è stata proprio l’alimentazione, che, secondo Andrea Segrè, “non è stata mai seriamente affrontata. Modificare i comportamenti sbagliati su larga scala, ovviamente, non è facile e richiede educazione alimentare, investimenti e tempi lunghi. Tuttavia, se non si comincia non si otterrà mai un cambiamento profondo. Nel nostro patrimonio culturale, peraltro, abbiamo un regime alimentare sano ed equilibrato, da praticare e da difendere: la Dieta mediterranea. In altre parti del mondo, come sappiamo, esistono altre piramidi alimentari che assumono diverse definizioni. Ad ogni modo, la nostra Dieta mediterranea è un modello sano e sostenibile, dove la carne è presente, ma in quantità limitate. Se vogliamo dare un valore alla sostenibilità, gli allevamenti devono seguire questa linea e dobbiamo mangiare meno prodotti di origine animale. Anche in questo caso vale il giusto bilanciamento di porzioni e proporzioni. Lo spazio per il settore zootecnico c’è, ma si deve lavorare per una maggiore sostenibilità”.

Se praticassimo davvero diffusamente la Dieta mediterranea – ribadisce Segrè – “avremmo un impatto minore sull’ambiente e un effetto positivo sulla salute e sulla nostra longevità. Inoltre, la si associa anche a un contenimento delle spese perché, come ha dimostrato un tesi di laurea che abbiamo curato nel nostro Dipartimento, mangiare ‘mediterraneo’ costa meno che nutrirsi male. Pur essendo un punto di riferimento nel mondo, però, la piramide mediterranea in Italia è scarsamente seguita, con un tasso di aderenza basso”.

Il cibo ha perso importanza?

Nelle economie occidentali, prosegue Segrè, ma anche nei Paesi in via di sviluppo, “l’idea secondo la quale il consumatore è sovrano resta alla base dell’economia di mercato. In realtà, abbiamo appaltato a qualcun altro questa sovranità, e in particolare si è perso il valore del cibo: lo stiamo studiando da anni In Italia e in altri Stati, e i trend sono abbastanza simili ovunque. Si persegue una politica improntata al massimo ribasso dei prezzi, si pensa ad esempio che acquistare un olio extravergine di oliva ‘spremuto a freddo’ a 2 euro al litro possa essere credibile, mentre non è così. Come abbiamo notato nelle rilevazioni dell’osservatorio Waste Watcher International, le fasce meno abbienti e istruite della popolazione sono particolarmente colpite. La povertà alimentare oggi è un problema ancor più grave rispetto a vent’anni fa, a maggior ragione dopo la pandemia. Perdipiù, si nota che il valore attribuito all’alimentazione – e quindi di riflesso alla salute – è soverchiato da interessi diversi, quali gli acquisti nel settore della tecnologia e della comunicazione. In altri termini, possedere l’ultimo modello di smartphone attira molto di più che mangiare bene”.

Per rivalutare il cibo, secondo il professore, “non bastano i marchi, le denominazioni territoriali e il cosiddetto ‘super cibo’. Abbiamo bisogno di un cibo ‘medio’ che sia buono, sano, sicuro e in quantità giusta, attraverso il quale valorizzare tutto ciò da cui esso dipende, ovvero la terra, le risorse naturali, la tradizione, l’identità e le relazioni, concetti che rischiamo di perdere. La Dieta mediterranea è portatrice di tale patrimonio, anche per questo è stata riconosciuta patrimonio UNESCO in quanto stile di vita, non solo come regime nutrizionale”.

dieta mediterranea

MAURO UJETTO/shutterstock.com

Queste scelte potranno concretizzarsi in un trattato?

Resta da chiedersi, quindi, se quanto evidenziato potrà essere sancito dall’alto, attraverso conferenze internazionali, o se è davvero più realistico puntare sui cambiamenti di abitudini individuali. Per Segrè “una governance globale e condivisa sui temi agricoli e alimentari è veramente difficile, alla luce dei tanti interessi coinvolti, diversi e spesso contrapposti. Tutti noi dobbiamo agire nella consapevolezza, concentrando le nostre indagini e la nostra comunicazione sul consumatore. Questo termine, però, ci identifica male, e dovremmo forse definirci ‘fruitori’, considerando il cibo un bene comune da rispettare, che viene dalla natura. Penso che dobbiamo concentrarci su un’informazione corretta e convincente, e quindi attraverso programmi di educazione alimentare, che ovviamente dovranno mettere in campo i singoli Stati. Pensare che governi, multinazionali, imprese e interessi contrapposti possano mettersi d’accordo non è realistico. Quindi, al di là delle illusioni, perseguiamo una concretezza che passa da queste evidenze”.

Bisogna quindi trasformare la critica costruttiva in azione, continua il professore, “per guidare l’offerta nella direzione della sostenibilità. Sarà perciò la domanda a influenzare l’offerta, perché anche pensare a un cambiamento che parta autonomamente dalle aziende è poco realistico, anche se ci sono imprenditori illuminati. In sostanza, dobbiamo far passare il messaggio che siamo noi che decidiamo, perché il nostro ‘voto’ e la nostra spesa contano. In questo senso, la campagna di comunicazione pubblica Spreco Zero è rivolta a tutti e finanziata da privati. Come testimonia il premio ‘Vivere a Spreco Zero’, sono in tanti a criticare il sistema in modo costruttivo, con progetti che vanno nella stessa direzione: l’economia circolare e lo sviluppo sostenibile”.

Il ruolo dell’Unione europea nel contesto internazionale

Al di là della limitata efficacia dei summit internazionali, l’Unione europea continua a distinguersi in positivo. Conclude il professore, “l’Ue è a tutti gli effetti una guida, pensiamo ad esempio alla strategia Farm to Fork e ad altri documenti di grande rilievo strategico. Certamente nell’applicazione qualcosa si perde, ma nonostante le difficoltà e le differenze interne, l’Europa resta l’unica area del mondo che mantiene una visione solidamente improntata sulla sostenibilità. Anche gli Stati Uniti, con la nuova presidenza, stanno cercando di cambiare rotta, ma l’Ue, pur avendo peso politico-economico quantitativamente inferiore rispetto ad altri colossi mondiali, conserva una sorta di leadership culturale in questo senso”.

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