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Condorelli denuncia il pizzo. Così l’impresa dolciaria di Belpasso aiuta la lotta alla mafia

La storia di Condorelli e dei suoi torroncini

Noi vogliamo solo far vivere i nostri due figli di 14 e 15 anni in una terra senza mafia, senza soprusi”, afferma oggi con sicurezza Giuseppe Condorelli, 54 anni, a capo di un gruppo dolciario che produce 200 milioni di pezzi l’anno, venduti in 25 Paesi del mondo, e dà lavoro a 52 addetti e 40 lavoratori stagionali. A Belpasso (Catania), la storia di Condorelli è quella di un’impresa a gestione familiare avviata nel 1933 da Francesco, papà di Giuseppe, oggi punta di diamante del made in Italy nel mondo, specializzata nella produzione di torroncini (ma non solo). Oggi, nello stabilimento di Belpasso, si lavorano quotidianamente 15mila chili di torrone, e sono oltre 160 le varietà prodotte. Non a caso, nel 2017, Giuseppe fu tra i Cavalieri del Lavoro insigniti dal presidente Mattarella. Ma ora, il patron di Condorelli balza agli onori della cronaca per un atto di coraggio che vuole dare il buon esempio alla sua terra –  la Sicilia –  e all’Italia, nella lotta al pizzo che troppi ancora accettano con rassegnazione e paura, vittime del sistema di una malavita organizzata abilissima nell’individuare i settori e le attività più remunerative da “spremere” (e la pandemia non ha fatto che aggravare questo processo).

La denuncia di Giuseppe Condorelli

Condorelli era da tempo nel mirino delle cosche del pizzo legate al clan Santapaola-Ercolano, e negli anni aveva ricevuto minacce e richieste di denaro, cui però l’azienda aveva resistito, fino alla decisione di denunciare. E quella denuncia ha fornito una ulteriore spinta all’inchiesta “Sotto scacco”, avviata nell’ottobre 2017 grazie alle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, che ha portato a 40 arresti tra Catania, Siracusa, Cosenza e Bologna. A inchiesta conclusa, vengono resi noti particolari drammatici delle tentate estorsioni, e delle minacce ricevute dalla famiglia Condorelli: nel 2019, per esempio, i mafiosi recapitarono una bottiglia incendiaria con un biglietto: “Mettiti a posto ho (sic) ti facciamo saltare in aria cercati un amico”. Fu allora che Condorelli decise di denunciare, contribuendo appunto a suffragare l’indagine già avviata sul clan, che gestiva un fiorente traffico di stupefacenti, ma è accusato anche di estorsioni, riciclaggio e ricettazione ai danni delle imprese del territorio e del tessuto economico locale. L’organizzazione criminale, inoltre, percepiva indebitamente anche l’indennità di disoccupazione agricola.

Il dovere di denunciare

Quel che bisogna evidenziare in questa brutta vicenda, perché sia d’esempio per altri (a fronte di altri imprenditori che, invece, per quieto vivere e tornaconto personale preferiscono favorire le infiltrazioni mafiose; un paio di loro sono finiti agli arresti insieme ai boss dei clan), è la condotta di Giuseppe Condorelli, che ora si racconta in un’intervista al Corriere della Sera: “Il primo assalto risale al 1998, quando ancora c’era la lira e, rispondendo al telefono, mi sentii chiedere 100 milioni in contanti. Abbiamo subìto tanti altri tentativi di estorsione, anche quando mio padre era vivo. Tutto sempre immediatamente denunciato alle forze dell’ordine”. È chiaro, su questo punto, l’imprenditore di Belpasso: “Denunciare un’aggressione, una minaccia, un’estorsione è un obbligo per l’imprenditore che in questa Sicilia devastata non ha solo una funzione economica, perché noi svolgiamo un ruolo sociale, direi etico. Ecco perché occorre trovare il coraggio”.

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