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Birra, cibo e arte. La storia di Kbirr di Napoli

La storia e la geografia alimentare come le conosciamo sono figlie dei secoli e dei suoi corsi e ricorsi, nel caso di Napoli, per esempio, si inseguono tracce di un passato cosmopolita che risale a oltre 1500 anni fa, quando rappresentò un porto sicuro, presidio al dilagare della presenza dei barbari in un Impero in declino. In quella Napoli che registrava un passaggio storico, forse non avremmo trovato nessuno dei piatti che oggi reputiamo della tradizione, ma avremmo potuto bere una birra. Pur senza avere certezza della diffusione tra la popolazione, ciò che sappiamo per certo è che in quella città vennero a rifugiarsi moltissimi cristiani dal Nord Africa, e con loro portarono usi e costumi locali, tra i quali sappiamo per certo c’era la produzione e il consumo della birra.

Prove di questa Napoli accogliente e cosmopolita le possiamo trovare nelle Catacombe di San Gennaro, dove vari elementi negli affreschi (come per esempio lo stile dei candelabri) sono palesemente di forgia Nord Africana. Queste catacombe, specchio della città che fu, sono al contempo manifesto della Napoli contemporanea: la loro gestione e il loro sviluppo turistico sono in mano alla Cooperativa la Paranza che ha puntato su questo monumento per sviluppare il turismo e l’occupazione nel quartiere che lo ospita, il Rione Sanità, storicamente terreno per la malavita, che oggi e anche grazie a questo tipo di iniziative guarda verso un altro futuro. Il merito di questo successo è ovviamente da attribuire ai ragazzi della cooperativa, ma tra chi gli ha dato (e continua a dargli) una mano c’è proprio un produttore di birra, che si è messo a disposizione per creare degli eventi per attrarre i visitatori, e che si sono rivelati parte fondante del successo dell’operazione: le Aperivisite serali, create grazie all’appoggio di Kbirr.

Kbirr

Kbirr, la birra che sostiene l’arte di Napoli

Kbirr è un progetto di Fabio Ditto, già nel settore della distribuzione beverage, che ha voluto creare una birra artigianale napoletana in grado di competere con i grandi marchi senza per questo snaturarsi, promuovendo non solo un’idea di bere bene, ma anche il territorio attraverso la cultura.

Ma partiamo dalla birra, un prodotto non pastorizzato, decisamente locale, che afferma la propria identità già dal nome – contrazione dell’espressione entusiastica dialettale “Ua, ch’ birr” – che nasce alle porte di Napoli. Qui Ditto ha aperto un birrificio all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, tra i più grandi impianti artigianali per capacità produttiva che al contempo resta fedele ai dettami qualitativi autoimposti. Una struttura di produzione gestita completamente in digitale e sviluppata per sfruttare al meglio lo spazio in verticale.

Kbirr

Sei le diverse tipologie di birra: Lager, Scotch Ale, Imperial Stout, Red Strong Ale, American Pale Ale e Golden Ale, ognuna con un nome e un’immagine caratteristica: se per il nome Fabio ha scelto espressioni dialettali, per esempio Natavota (traducibile con n’altra volta che si riferisce alla richiesta di ripetere il miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro) o Jattura (sfortuna, nome ispirato a Scio’ Scio’, una delle più belle figure nelle botteghe di San Gregorio Armeno), per le etichette ha voluto un’altra volta aiutare Napoli a crescere e a farsi conoscere attraverso l’arte. Ogni bottiglia è stata affidata a un artista partenopeo contemporaneo, come lo street artist Roxy in The Box, che ha disseminato le sue opere irriverenti nei vicoli di Napoli, tanto da coniare il termine di “Vascio art”, l’arte dei bassi.

Kbirr

Il Ristorante-Museo Kbirr

Dal 2018 inoltre è nata anche Casa Kbirr, che affianca cucina napoletana e opere di tanti artisti contemporanei. Tra i pezzi esposti ci sono le lampade realizzate dalla cooperativa di ragazzi della Sanità, Iron Angels, le sculture in legno ispirate alle etichette “Kbirr” di Eddy Ferro su disegni di Maura Messina. Spiccano le opere di Luigi Masecchia che dal 2013 propone il progetto Tappo’st in cui valorizza ed esalta il birra del riciclo usando tappi di metallo, che per Kbirr ha disegnato una opera in esclusiva, con i tappi della birra.

Kbirr

Anche i piatti parlano di territorio, nel rispetto della grande tradizione locale: un’intera sezione del menù è dedicata alle frittatine di pasta, declinate in varie interpretazioni, dalla più classica a quella con ragù, con pasta e patate o con genovese, ma a fianco di piatti molto comuni – si tratti di friarielli freschi o polpette – ce ne sono alcuni quasi dimenticati, come l’uovo alla monachina. A conferma del desiderio di valorizzare la cultura – stavolta gastronomica – anche quella meno nota.

Gli altri progetti di collaborazione con la città

C’è di più, Kbirr è coinvolta in altri progetti di promozione del territorio: ad esempio la birra #Cuoredinapoli nasce come progetto culturale, per diffondere il city brand creato dall’Accademia delle Belle Arti di Napoli, mentre la provocatoria Pullicenhell, realizzata in esclusiva per l’Associazione Verace Pizza Napoletana con etichetta dell’artista Pasquale Manzo, vuole trasmettere gli stessi valori dell’AVPN il cui logo ne garantisce la riconoscibilità a livello internazionale. Perché Napoli è questo: accoglienza, apertura, arte e dinamicità: frizzante e spumeggiante come una buona birra.

Casa Kbirr – Torre del Greco (NA) – Corso Vittorio Emanuele, 53 – 081 1836 1861 – www.birrakbirr.com

 

a cura di Federico Silvio Bellanca
foto Mike Tamasco 

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Scritto da Gambero Rosso

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