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Alla sorgente dell’Arno l’antica acquacoltura diventa sostenibile: la rinascita al Molin di Bucchio

Il Molin di Bucchio nel Casentino

Prima di arrivare in vista del Molin di Bucchio, si percorre una strada che sinuosa si addentra nelle Foreste Casentinesi, seguendo il corso dell’Arno, che poco più avanti ha la sua sorgente. Solo una decina di minuti in macchina dal borgo di Stia, per raggiungere un luogo quanto mai inaspettato, e fuori dal tempo. Al mattino, la nebbia si dirada lentamente, svelando il mulino duecentesco rimasto in attività fino alla metà del Novecento. Il Molin di Bucchio è il primo mulino che si incontra dalla sorgente dell’Arno e oggi fa parte del circuito EcoMuseo del Casentino.

Il camino di Molin di Bucchio

A custodirne la storia è Claudio Bucchi, erede dell’ultimo mugnaio, pronto ad accogliere chi mostra interesse per un luogo che concentra secoli di vicissitudini, indietro nel tempo fino al feudo dei Conti Guidi e poi tra le pieghe di un’attività operosa, di cui resta traccia tra macine e tramogge (mentre cuore dell’accoglienza è la bella cucina lastricata con grande camino); per arrivare vicino ai giorni nostri, ai tempi della resistenza partigiana, quando Pio Borri cadde in battaglia proprio nella zona di Molin di Bucchio. Basterebbe questo per pianificare una sortita al mulino, approfittando per scoprire la maestosità delle Foreste Casentinesi, dove l’Appennino corre sul confine tra Toscana ed Emilia Romagna. Ma c’è di più.

La targa della vecchia troticoltura

 

L’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio. La rinascita

Alla fine dell’Ottocento, presso il mulino, nasceva la troticoltura di cui una vecchia targa, conservata con cura, ancora testimonia l’attività. L’impianto rimase in opera fino agli anni Settanta, conservando tre antiche vasche a monte del mulino. Poi l’abbandono, nonostante la vocazione all’acquacoltura di un territorio ricco d’acqua (il bacino idrografico casentinese conta circa 300 tra fossi e torrenti, che a fondovalle si uniscono per fare vita al primo tratto dell’Arno). Fin quando, sei anni fa, due giovani del posto hanno deciso di investire su un futuro diverso per l’antico impianto e per l’intero ecosistema acquatico del casentinese. Alessandro Volpone e Andrea Gambassini sono i protagonisti della rinascita dell’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio; in Claudio hanno trovato un alleato sin dall’inizio, quando in cerca di uno spazio per avviare il progetto si sono imbattuti nel vecchio impianto: “L’idea è nata dall’intenzione di ripristinare e salvaguardare la biodiversità dei nostri torrenti, salvando le specie autoctone a rischio di estinzione, a partire dal gambero di fiume”, spiega Andrea.

Vasche a Molin di Bucchio

Iniziare da zero sarebbe stato complesso, oggi in Italia l’acquacoltura non viene incentivata. Quando siamo arrivati al mulino, però, le vasche erano completamente coperte dalla vegetazione: le abbiamo restaurate a mano, la struttura storica non permette di utilizzare escavatori. E Claudio ci ha accolto come figli, ha capito che non volevamo fare produzione intensiva come le altre realtà che operano sul territorio”. L’investimento iniziale, però, sarebbe stato ingente. Così, in attesa di accedere ai fondi per la pesca (FEAP) o vincere un bando europeo tra quelli idonei al progetto, i ragazzi – formatisi come guide ambientali –  hanno costituito l’associazione In Quiete, per promuovere servizi turistici ed escursionismo nel territorio del Parco: “L’attività ha avuto successo, gli appuntamenti si sono moltiplicati, e questo ci ha permesso di sostenere un progetto come l’acquacoltura, che per superare la fase di startup ha bisogno di tempo, anni”.

trotelle autoctone del Casentino

La produzione: trote e salmerini

Da un anno a questa parte, però, la produzione è andata a regime, e ha permesso di avviare la vendita di trote fario, trote iridee e salmerini, di cui si segue l’intero ciclo riproduttivo: “Il nostro prodotto è caro rispetto al mercato. L’acqua sorgiva è purissima, la densità in vasca è inferiore ai parametri fissati per il biologico, non utilizziamo famaci e usiamo solo mangime biologico. L’unico trucco che ci concediamo è l’utilizzo di aglio macerato in aggiunta al mangime: è un antisettico naturale. E infatti i nostri pesci sono in salute”. Per la capacità di sviluppare un produzione sostenibile sotto il profilo ambientale, la scorso dicembre l’Europa ha premiato i ragazzi come Azienda Best Practices: “Mai un’azienda italiana si era aggiudicata prima d’ora questo riconoscimento. È la dimostrazione che si può cambiare la prospettiva dell’acquacoltura, non più intesa come produzione intensiva, ma improntata alla salvaguardia della biodiversità e al rispetto per l’animale”.

Il barbo tiberino
Il barbo tiberino

Il ripopolamento dei torrenti del Casentino

E infatti un importante ramo aziendale, complementare alla produzione, è dedicato alla conservazione delle specie, in collaborazione col Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi: “Ripopoliamo i torrenti. Dal 2018 a oggi siamo riusciti a riprodurre il barbo tiberino e il ghiozzo di ruscello. Di barbo abbiamo rilasciato oltre 5mila avannotti, e ora stiamo provando a rintracciare la genetica della trota autoctona, con l’avallo dell’Ispra”.

Andrea pesca un salmerino

I clienti, dalla ristorazione ai Gas

Nel frattempo ingranano anche le vendite: “Consegniamo il pesce vivo, abbiamo clienti privati che vengono a prenderlo in impianto, ma lo portiamo anche a domicilio, in diverse città della Toscana. Poi ci sono i ristoranti, che stanno aumentando: si rifornisce da noi chi crede nella qualità del prodotto ed è disposto a pagarlo di più”. Nell’aretino l’acquacoltura rifornisce, per esempio, i ristoranti Mater e Terramira; ma recentemente si è oltrepassato anche il confine regionale, direzione San Piero in Bagno, per entrare nella cucina di Gianluca Gorini (DaGorini). Il terzo canale di vendita è quello dei Gas. Oggi a gestire l’attività sono in quattro, presto inizierà il restauro dell’ultima vasca ancora inutilizzata, per sostenere la crescita della domanda: “Raddoppieremo la superficie aziendale”. E nel frattempo si lavora per realizzare un’area conviviale, all’aperto, attrezzata con barbecue per cucinare sul posto trote e salmerini.

Il valore delle aree interne

La storia di Andrea e Alessandro dimostra che vivere l’Appennino valorizzando le sue potenzialità è possibile: “Vedo ancora poca iniziativa imprenditoriale da parte dei giovani, c’è poco coraggio, poca voglia di mettersi in gioco, e non è solo colpa delle istituzioni, che sicuramente non agevolano le cose. Dovremmo partire dal presupposto che le montagne sono fucina di qualità alimentare, perché qui c’è qualità ambientale. La nostra è una zona meravigliosa per coltivare e allevare: in Valle Santa, tra La Verna e Camaldoli è nata una cooperativa di comunità che riunisce tanti piccoli produttori coraggiosi. Ma c’è bisogno di più iniziative”.

Antica Acquacoltura Molin di Bucchio – Molin di Bucchio, Stia (AR) – Pagina Fb

a cura di Livia Montagnoli

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